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Corrida di tori, l'arte dell'inganno

di Francisco Martín, da Revista Natural, Dicembre 2003 (http://www.revistanatural.com) “Non vi è nulla di più patetico di una moltitudine di spettatori immobili che assistono, indifferenti o entusiasti, allo scontro impari tra un nobile toro e una banda di duri squilibrati che fanno a pezzi un animale innocente che non si capacita del motivo del proprio dolore…
Un bagno di sangue da un miliardo di euro all’anno”.

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

Crudeltà e sconcerto

La corrida è un vergognoso spettacolo in tre atti, della durata di circa venti minuti, che rappresenta la falsa superiorità e la fascinazione malsana per il sangue e la carne di cui si nutrono, contro ogni logica etica e dietetica, coloro che si reputano detentori del diritto divino di poter disporre a proprio piacimento della vita di altri esseri sensibili, giungendo persino a giustificare e banalizzare la morte del toro come arte e divertimento; si tratta di un comportamento patologico che si origina dall’incapacità di affrontare il dolore delle vittime e di un’irrefrenabile morbosità di fronte alla possibilità di assistere in prima persona a qualche cornata o alla morte del matador, un caso fortuito, assai insolito (muore un torero ogni 40.000 tori sacrificati), e soprattutto evitabile, che tuttavia alimenta il carattere macabro della corrida.

Una carità crudele e non solidale

Proprio come i macellai e le guerre, le corride godono di una reputazione negativa e non è affatto facile presentare la morte come se si trattasse di un’arte, un cibo o una libertà. Ma se il requisito per allestire un banchetto è l’uccisione di un animale e gli spari sono indispensabili per conquistare la libertà, coloro che si arricchiscono promuovendo questo tipo di divertimento a scapito della vita di un animale devono in ogni caso trovare delle giustificazioni e orientare l’attenzione di consumatori e utenti sulla supposta utilità dei propri prodotti e servizi sostenendo opere d’interesse sociale: ne sono un esempio le corride di beneficenza, atti aberranti e non solidali, che tuttavia possono servire a tranquillizzare certe coscienze, in particolare se il bagno di sangue finanzia, suppostamente, una casa di riposo per anziani, cooperative di poveri, associazioni in difesa dei disabili, come la fondazione Padre Arrupe, o istituzioni come l’Associazione Spagnola di Lotta al Cancro o la Croce Rossa, la quale entrò a far parte del business taurino affittando cuscini nella piazza di Siviglia.

La distruzione di qualunque forma di vita, a presunto beneficio degli altri, è eticamente inaccettabile; tuttavia questo non ha impedito alle suore della Hermandad del Santo Cristo del Consuelo y Nuestra Señora de los Desamparados di organizzare, lo scorso anno, a Ciudad Real, una corsa di torelli (novillada) o “festival taurino a sfondo religioso”, trasgredendo all’articolo 2.418 del catechismo, in cui si dichiara che far soffrire gli animali è contrario alla dignità umana. Altro esempio caratteristico, del tutto fuori luogo in una società civile e democratica, e che nulla ha a che vedere con una linea di comportamento solidale e umanitaria nei confronti dei disabili e degli animali, si è verificato a Alcuéscar (Cáceres), il cui sindaco ha fatto costruire a spese pubbliche una rampa e una zona speciale per permettere ad 80 spettatori in sedia a rotelle di assistere a un ripugnante linciaggio di animali fisicamente sani. Anche il consiglio provinciale di Málaga ha appoggiato questo inusitato interesse per le corride da parte dei disabili fisici, investendo fondi pubblici in modo che la piazza de La Malagueta fosse la prima arena del paese a disporre di un ascensore per le persone diversamente abili (che in precedenza venivano trasportate a braccia dagli impiegati), rendendola in tal modo agibile da parte di ogni tipo di pubblico grazie alla creazione di rampe di accesso alla plaza e di una ringhiera per sorreggere le sedie a rotelle. Le amministrazioni pubbliche, proprietarie del 65% delle oltre trecento arene spagnole, malgrado le proteste della maggior parte dei contribuenti che non intendono finanziare con le proprie tasse questa barbarie nazionale che gli interessi in gioco cercano invece di mantenere e fomentare, continuano a richiedere un più alto numero di corride nei documenti di aggiudicazione dei concorsi taurini; una mattanza annuale (esteticamente improponibile) che, con più di mille spettacoli che rappresentano il massacro di un pacifico animale erbivoro che finisce per essere scorticato, rischia di spegnere con il sangue l'interesse dei suoi più fedeli e incondizionati sostenitori (eticamente e fisicamente invalidi), espressione di una codardia che degrada tutti.

Una farsa sinistra imposta come festa nazionale

Dietro alla barriera che li protegge dal sangue, gli appassionati e i curiosi, seguaci della morte e del dolore altrui, si vantano di contribuire ad un biocidio aberrante e inutile comprando abbonamenti che permettono loro di assistere a sazietà a uno spettacolo nauseante durante il quale vengono torturati, uno dopo l’altro, migliaia di volte, sei magnifici animali, destinati sin dalla nascita a rappresentare, insieme al cavallo, il ruolo più nefasto di una fatidica sceneggiatura, suddivisa in tre suertes (fatalità), nel corso delle quali alcuni sinistri mercenari dimostrano il proprio disprezzo per la vita, perseguitando e “punendo” un nobile toro, manipolato e tradito, con arpioni e picche affilate, fino alla sua morte, soffocato o affogato nel proprio sangue, coi polmoni fatti a pezzi dalla spada del matador, o finito con un pugnale con cui cercano di tagliargli la spina dorsale. Il tutto dopo esser stato sottoposto (secondo studi veterinari) a ogni tipo di umiliazioni fraudolente, compresa, oltre alla rasatura (di cui, in base all’articolo 47.2 del regolamento del 1996, sono responsabili probabilmente gli allevatori), la somministrazione di farmaci e purganti, che fungono da ipnotici e tranquillizzanti, arrivando a causare mancanza di coordinazione del sistema motorio e difetti della vista prima di cominciare la farsa taurina e venire squartato dai picadores, che gli conficcano il ferro della puya (punta d’acciaio delle bacchette dei picadores) nella parte posteriore del collo, aprendo, come con una leva, un tremendo squarcio con la “crocetta”, tagliando e spezzando tendini, legamenti e muscoli della nuca per costringerlo ad abbassare la testa e poterlo così uccidere più facilmente. Per continuare poi con la tortura delle banderillas: tre paia di arpioni di acciaio tagliente e appuntito (chiamati anche alegradores, “rallegratori”) che gli spezzano la cervice, togliendogli forza e vitalità, prima di venire stoccato dai sicari con spada e pugnale; un compito che viene ricompensato con le orecchie, la coda e le zampe strappate alle vittime, persino prima che siano morte, quali trofei che testimoniano il grado di disumanizzazione dei suoi codardi carnefici e di coloro che li incitano a gran voce in modo del tutto sconsiderato o con un silenzio complice.

Oltre a mancare di qualsiasi senso etico e di consenso sociale, le corride di tori alimentano il disprezzo per gli animali e l’individualismo tra i cittadini, abituati a rimanere impassibili di fronte al linciaggio di un essere vivente. E non sono nemmeno uno spettacolo che gode dell’appoggio incondizionato dei suoi più accesi appassionati, i quali protestano contro l’inadeguatezza degli “pseudo tori”, nonché contro la ripetuta violazione delle norme che regolamentano la tortura dell’animale, sempre più debole e “di scarsa qualità” a causa della dolorosa mancanza di dignità della rasatura (prassi che comporta il taglio di un pezzo di corno) all’interno del mueco (?) in cui viene immobilizzato, provocandogli la cosiddetta lombaggine da trauma e la rottura di muscoli e tendini (il toro lotta infatti disperatamente nel tentativo di liberarsi dal giogo che gli imprigiona la testa), per poi uscire male in arnese dal cassone verso le stalle dell’arena, dove arriva infine storpio e senza forze per affrontare gli strazianti colpi del picador. Si tratta di una frode vergognosa, tollerata e largamente diffusa – secondo gli stessi esperti del settore – che dovrebbe di per sé essere sufficiente a condannare ed emarginare gli squilibrati che hanno imposto, con il benestare istituzionale dei loro complici politici, questo sporco giro d’affari come simbolo della Spagna meridionale e come “festa nazionale”.

“L’arte di uccidere” intesa come modello educativo, religioso e culturale

Benché il consenso popolare nei confronti delle corride di tori sia andato sempre più scemando, la fine di questi crudeli festeggiamenti dipenderà dall’appoggio dei mass media, dagli interessi economici e dalle istituzioni pubbliche e religiose che le hanno tradizionalmente giustificate e sostenute politicamente e finanziariamente, vendendo così la propria anima al diavolo o al miglior offerente e permettendo l’instaurarsi di uno “status quo” taurino, con la conseguente perdita di valori etici e religiosi da parte dell’egoistica società attuale, crudele e intollerante, che manifesta la propria essenza nelle repliche televisive delle corride, nella violenza sportiva e domestica e, più in generale nella cosiddetta “TV spazzatura”, anche grazie all’omertà complice, frutto di egoismo o d’ignoranza, dei votanti, i quali legittimano, attivamente o passivamente, la violenza istituzionalizzata senza capire la causa dei conflitti sociali e delle guerre locali e internazionali che condizionano e mettono a rischio il presente e il futuro dell’umanità.

L’incoraggiamento alla crudeltà e al disprezzo per la vita possono influenzare e persino modificare il comportamento e l’identità culturale degli “amanti del sangue” con l’introduzione di nuovi videogiochi, quali “Torero, arte e passione nell’arena” che offre l’opzione, illustrata da un famoso torero, d’insegnare ai giocatori le tecniche più raffinate per torturare e uccidere le vittime virtuali. Nella stessa direzione vanno anche gli sforzi, chiaramente tendenziosi, di rappresentare una corrida di tori sotto il profilo simbolico, apertamente o in modo più sottile, come un’espressione artistica affascinante e del tutto rispettabile, attraverso il cinema o il teatro, in opere come Carmen e Don Juan en los ruedos (Don Giovanni nelle arene) di Salvador Távora, che riempiono le scene di sangue vero versato per soddisfare la morbosità degli spettatori, o il film Hable con ella (“Parli con lei”) del regista Pedro Almodóvar, che organizzò corride di morte a Madrid e a Guadalajara, in cui furono uccisi diversi tori, infrangendo così la magia incruenta del cinema per macchiare di sangue gli spettatori e renderli complici involontari di un’atrocità eticamente incomprensibile e senza alcuna giustificazione.

Uno dei fattori che contribuiscono a mantenere in voga le corride di tori è rappresentato dal denaro pubblico che gli enti locali e regionali investono nelle scuole di tauromachia, sorte insieme agli antichi macelli municipali, in cui vengono allenati ragazzini tra i dodici e i quattordici anni nell’ “arte di uccidere”, attraverso esercizi e competizioni con vitelli e mucche che subiscono atroci ferite e persino, come avviene nella scuola di tauromachia di Madrid, la mutilazione delle orecchie e della coda prima di morire. Si tratta di vere e proprie barbarie che fanno parte del rito di morte delle corride, appoggiate e giustificate da parte dei rappresentanti di questo tipo di cultura, come lo scrittore e docente di etica all’Università Complutense di Madrid, sostenitore tanto delle corride di tori quanto delle vittime del terrorismo, Fernando Savater, che si riempie la bocca di frasi quali: “a volte persino la barbarie ha un proprio valore intrinseco, una propria estetica e una propria etica”, giustificando la crudeltà in modo affatto demagogico non tanto come “obiettivo del divertimento” ma piuttosto come “un ingrediente necessario”.

Il governo andaluso, altro sostenitore delle corride, giustifica l’esistenza delle scuole di tauromachia (da lui stesso finanziate) grazie alla lettura parziale degli articoli 35 e 46 della Costituzione spagnola, che sanciscono il diritto al lavoro e la libera scelta della professione, nonché lo sviluppo e la tutela del patrimonio culturale spagnolo, senza invece menzionare affatto l’articolo 14, che fissa il diritto ad una vita priva della minaccia della tortura e di un trattamento disumano e umiliante, concetto che naturalmente esclude i tori e i cavalli vittime delle corride.

Altri fattori economici a sostegno di questi spettacoli sono la partecipazione, per nulla gradita, del turista occasionale che contribuisce, spesso involontariamente, al morboso rituale e alla diversificazione economica delle arene. Inoltre, mentre alcuni allevatori usufruiscono delle sovvenzioni dell’Unione Europea destinate alla produzione di carne, ulteriori sovvenzioni pubbliche permettono di organizzare corride di tori in paesi e città che altrimenti non disporrebbero dei mezzi necessari per organizzarle in proprio. La vendita della carne degli animali sacrificati ai “buongustai” taurini, che ignorano o vogliono ignorare l’ingente rilascio di tossine causato dallo stress delle vittime con le conseguenti malattie normalmente legate al consumo di questo tipo di pietanza (come la tubercolosi, la nefrite e la parassitosi epatica), rende ancor più redditizio il massacro di tori.

Malgrado la mancanza di consenso da parte dell’opinione pubblica verso questi spettacoli crudeli (in base alle ultime statistiche), dato che coincide con un’impennata del movimento vegetariano/vegano e con la ricerca di valori spirituali fondati sul rispetto per la vita senza assurde eccezioni antropocentriche o religiose, la mafia legata alla tauromachia (che ha sempre ignorato, nel corso della sua macabra storia, ogni legge di stampo animalista, incompatibile con la sua attività tauricida, distruttrice di uomini e cavalli) cerca disperatamente di ritardare la fine inevitabile di una sanguinosa dittatura che estende i propri tentacoli in Europa, In America e in altri potenziali territori, imponendo uno spettacolo degradante e riproponendo o creando ex novo nuovi centri di tortura multiuso (muniti di copertura e tetto mobili) allo scopo di finanziare il martirio degli animali promuovendolo alla stessa stregua di altri spettacoli musicali e artistici più redditizi, come il centro, da diversi milioni di euro, della città di Burgos, previsto per il 2004.

Francisco Martín
Presidente dell’Associazione Vegana Spagnola (AVE)

Seconda parte


e Barbara Berlan
Traduzione dallo spagnolo di Cristina Perugia