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Corrida di tori, l'arte dell'inganno

di Francisco Martín, da Revista Natural, Dicembre 2003 (http://www.revistanatural.com) “Non vi è nulla di più patetico di una moltitudine di spettatori immobili che assistono, indifferenti o entusiasti, allo scontro impari tra un nobile toro e una banda di duri squilibrati che fanno a pezzi un animale innocente che non si capacita del motivo del proprio dolore…
Un bagno di sangue da un miliardo di euro all’anno”.

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

Una prospettiva storica

Nonostante le corride siano un tipico spettacolo vergognosamente spagnolo, la loro origine risale ai sanguinosi ludi romani e alle crudeli venationes durante le quali venivano uccisi migliaia di animali per divertire un pubblico assetato di sangue e desideroso di forti emozioni. Secondo quanto racconta Plinio il Vecchio nella sua Historia Naturalis (Storia Naturale), Giulio Cesare introdusse nei giochi circensi la lotta tra il toro e il matador armato di scudo e spada, oltre al combattimento contro un toro che un cavaliere, smontato da cavallo, atterrava prendendolo per le corna. Secondo Ovidio, un’altra figura di quell’epoca era il cosiddetto karpoforo, che faceva infuriare il toro usando un drappo rosso. Inoltre il sacrificio di questi animali rientrava tra i riti e i costumi che i Romani introdussero nella penisola iberica.

A Creta, oltre al mito greco che narra le avventure di Arianna, figlia del re Minosse, e Teseo, che uccise il Minotauro, vi sono testimonianze della celebrazione di giochi nella piazza di Cnosso: nel palazzo della città, famoso per il Labirinto, sono infatti osservabili affreschi che mostrano scene di uomini e donne impegnati nella tauromachia (lotta contro il toro), ispirati forse dai miti e dalla scriteriata ignoranza che fa sì che un animale pacifico venga identificato come un mostro o un potenziale nemico e trasformato in vittima reale del nostro fallimento evolutivo come esseri umani, tanto da poter inopinatamente giocare con la vita e il dolore di quanti non godono fortuitamente dei nostri stessi immeritati privilegi.

L’inseguimento e l’uccisione di tori in Spagna come rituale del divertimento

La prima testimonianza storica di una corrida risale al 1080 come parte di un programma di festeggiamenti tenutisi ad Avila in occasione delle nozze dell’infante Sancho de Estrada. La presenza di tale spettacolo all’interno di festeggiamenti di questo tipo era in effetti motivata dal sussistere di un’analogia tra il combattimento contro il toro e le nozze, fondata su una simbologia rituale a sfondo sessuale che si verrebbe a creare nello scontro tra toro e torero, o tra maschile e femminile con influenze sul folklore e sulle feste popolari, oltre che sul rapporto di libido che s’istaurerebbe tra il pubblico e il torero, e su altri fattori meno evidenti che rappresentano tutta una gamma di desideri, traumi e passioni malsane e devianti.

Benché diversi scrittori concordino nel raccontare che il Cid Campeador, Rodrigo Díaz de Vivar, sia stato il primo cavaliere spagnolo a combattere contro i tori, secondo Plinio, tuttavia, tale pratica sarebbe stata introdotta da Giulio Cesare, che attaccò lui stesso tori a cavallo con una picca. Si tratta comunque di uno spettacolo che i mori consideravano certamente meno pericoloso dei tornei tra cristiani, che preparavano i cavalieri alle battaglie durante le quali gli uomini si uccidevano nello stesso modo. Durante il Medioevo, la corrida si sviluppa e diventa appannaggio della nobiltà che, influenzata dagli ideali cortesi e dal cattivo esempio dei re (come accade attualmente in Spagna), si contendeva la celebrità, le attenzioni delle dame e il rispetto degli altri dando sfoggio del proprio “valore” e della propria gagliardia con l’inseguire e colpire con la lancia i tori, considerati alla stregua di nemici simbolici dall’alto potere difensivo. La regina Isabella la Cattolica si oppose alle corride, senza tuttavia giungere a proibirle, mentre l’imperatore Carlo V divenne famoso per questa sua passione e uccise un toro trafiggendolo con una lancia a Valladolid per celebrare la nascita del figlio Filippo II, durante il regno del quale avvennero le prime condanne da parte del clero.

La complicità del potere e la Chiesa riguardo alle corride

Nel 1565, a Toledo, un concilio finalizzato a risanare gli abusi del regno qualificò gli spettacoli come “molto sgradevoli agli occhi di Dio”, e nel 1567 Papa Pio V promulgò la bolla De Salutis Gregis Dominici, chiedendo l’abolizione delle corride in tutti i regni cristiani, minacciando la scomunica di coloro che le appoggiavano; ma il suo successore Gregorio XIII stemperò il rigore della bolla di san Pio V, accogliendo il desiderio del re Filippo II di abolire la scomunica. Nel 1585, Sisto V riportò in vigore la condanna, che fu di nuovo abrogata nel 1596 da Papa Clemente VIII. Nel 1619, il re Filippo III rinnovò e migliorò l’arena principale di Madrid, avente una capienza di quasi sessantamila spettatori, e Filippo IV, oltre a toreare e a uccidere un toro con un colpo di archibugio nell’Orto della Priora, ferì a morte più di 400 cinghiali con lo stocco.

Durante il XVI e XVII secolo, in Spagna e nella Francia meridionale, era già usanza sciogliere mucche e tori per le vie e le piazze, e altri tipi di festeggiamenti, come i “tori di fuoco” e i tori con sfere di legno sulle corna (toros embolados), presi al laccio o catturati con le reti, paragonabili per crudeltà allo spettacolo aristocratico della corrida. In quest’ultimo tipo di spettacolo, il cavaliere aveva un ruolo di primo piano nell’inseguimento e nell’uccisione del toro, che subiva anche le mille provocazioni inflittegli dagli aiuti torero dai burladeros o caponeras (staccionate di riparo dal toro), gli arpioni che la marmaglia gli conficcava e i graffi di alcuni gatti introdotti in qualche botte che il toro distruggeva. A Siviglia veniva tramandato di una corrida, organizzata dalla confraternita Sant’Anna, “con sei o dodici tori con lacci e corde per il divertimento del popolo”, che originò in seguito l’usanza, durante le grandi corride a cavallo con il pungolo, di mettere a disposizione un primo toro “affinché fosse deriso, umiliato e ucciso dal popolo a piedi”.

L’entusiasmo della nobiltà per le corride durò per tutto il regno di Carlo II, ma a partire dal XVIII secolo, quando i nobili si disinteressarono della corrida a cavallo, a causa del divieto da parte di Filippo V delle cosiddette “feste delle corna” (il sovrano si rifiutò persino di partecipare a un autodafé organizzato in suo onore all’inizio del suo regno), il popolo divenne il protagonista della tauromachia a piedi, introducendo così,come elemento di novità, l’uccisione del toro per mano delle persone più vili e rozze, vincolate ai mattatoi, in cui svilupparono particolari metodi di morte fino a formare, nel XVII secolo, quadrillas di uomini a piedi (o chulos) provvisti di cappe, che si unirono ai patetici e spietati picadores a cavallo (varilargueros), al fine di rincorrere e far voltare con l’inganno, colpire e atterrare i tori sfiancati che rifuggivano il doloroso scontro con i boia a cavallo e con i cani da presa. In questo modo il combattimento contro il toro si trasformò da spettacolo “sportivo” in un redditizio giro d’affari che continuò a godere dell’appoggio reale, finalizzato a finanziare, nei pressi della Puerta de Alcalá di Madrid, la costruzione della vecchia piazza del viadotto, donata da Fernando VI alla Real Junta de Hospitales e inaugurata nel 1754.

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, vaste distese di terreno vengono destinate al pascolo, mentre il matador di tori acquista l’appellativo di espada e si diffonde così la “dittatura taurina”, al margine della legge, col proliferare di plazas permanenti, sullo stile dei teatri romani, come un cancro della ragione, che provoca il pervertimento e l’involgarimento dei cattivi costumi e la perdita di valori etici e sociali che gli Illuministi spagnoli cercarono senza successo di correggere mediante leggi più umane e socialmente giuste.

La coscienza umanistica illuminista e la “dittatura taurina”

Alla fine del XVIII secolo, un’iniziativa del conte de Aranda, ministro del governo illuminista di Carlo III e presidente del Consejo de Castilla, volta a civilizzare i costumi del paese, portò alla promulgazione della Real Orden del 23 marzo 1778 che proibiva le corride all’ultimo sangue in tutto il regno, ad eccezione di quelle destinate a finanziare, “previo consenso”, qualche opera di pubblica utilità o di beneficenza; inoltre esse furono proibite anche in seguito dalla “prammatica sanzione avente valore di legge” del 9 novembre 1785 che prevedeva la sua completa “cessazione o sospensione”. Infine il decreto del 7 settembre 1786 proibì definitivamente e completamente tutti gli spettacoli, senza alcuna eccezione, incluse le corride concesse temporaneamente o in modo perpetuo a qualunque istituzione, come ad esempio “le Maestranze o qualsiasi altra associazione”. Nel 1790, un altro “Real Provisión de los señores del Consejo” vietava espressamente non solo la “corrida moderna”, recentemente inventata, come forma di spettacolo ma anche qualsiasi altro tipo di festeggiamento che prevedesse il toro come vittima protagonista: in virtù di tale disposizione si faceva “generale divieto dell’orrore di inseguire per le strade tori giovani o adulti detti “da corda” tanto di giorno come di notte”. Nel 1805, un ulteriore decreto reale di Carlo IV rafforzava il divieto delle corride in Spagna e nelle colonie d’oltremare, benché fossero tollerate alcune eccezioni a scopo benefico. Tale divieto perse il proprio valore ancor prima dell’arrivo al potere di Fernando VII, il sovrano assolutista che restaurò il tribunale della Santa Inquisizione (abolito nel 1808) e appoggiò le corride, oltre a sopprimere le libertà e la costituzione del 1812. Dopo aver fatto chiudere le aule dell’Università in tutto il regno, il re istituì nel 1830 la prima scuola di tauromachia, con sede nel mattatoio di Siviglia, che verrà chiusa dopo la sua morte, nel 1834, sotto la reggenza di Maria Cristina. Durante il XIX secolo, il desiderio della “mafia taurina” di consolidare il proprio potere e di imporre a tutti i costi il proprio spettacolo al popolo spagnolo incrementò il ritmo di costruzione dei teatri di morte (nonostante il divieto legale delle corride): proprio in questo periodo furono costruite e ampliate la maggior parte delle plazas attualmente utilizzate. Contro la proliferazione di queste arene si levò l’appassionato appello letterario della poetessa spagnola Carolina Coronado (1823-1911) nella sua poesia “Sobre la construcción de nuevas plazas de toros en España” (Della costruzione di nuove plazas de toros in Spagna). Durante il XIX secolo viene regolamentata l’uccisione di tori al limite della legge con la pubblicazione, nel 1836, de “La tauromaquia completa”, mentre vengono organizzati spettacoli in cui partecipano cani e altre specie di animali, sulla falsa riga degli antichi circhi romani, come ad esempio il combattimento tra un toro e un elefante, tenutosi a Madrid nel 1898.

La morte di migliaia di cavalli, orribilmente sventrati, trasforma le corride di tori in vere e proprie carneficine che finiscono con il dimezzare la popolazione equina durante gli ultimi anni del secolo, portando così nel 1928 all’introduzione del pettorale (peto), imbottitura protettiva, di creazione francese, che non impedisce la sofferenza del cavallo, ma evita di urtare la sensibilità degli spettatori meno tolleranti alla vista del sangue. Gli allevatori manipolano il comportamento e la forza del toro, riducendone le dimensioni e creando un animale ad hoc attraverso successivi incroci per adattarlo al rituale taurino “moderno”.

Pablo Iglesias (1850-1925), leader indiscusso del Partito Socialista (PSOE) sin dalla sua legalizzazione nel 1881, condannò pubblicamente le corride; ma fu proprio il suo partito a legalizzarle nuovamente in Spagna attraverso il Real Decreto 176/1992, di Juan Carlos I, che, lungi dal tacciare tale crudeltà di delitto come si converrebbe a un governo costituzionale e democratico, regolamenta i metodi per incrementare la barbarie contro i tori “in osservanza della tradizione e del valore culturale delle feste di tori”, codificando le caratteristiche e le dimensioni delle armi, legalmente omologate, che i boia devono usare per torturare le proprie vittime, come le banderillas (più lunghe rispetto a due secoli fa), le banderillas negras (che sostituirono quelle de fuego contenenti polvere da sparo, per terrorizzare l’animale mansueto che non collabora con i propri carnefici), la puya o pica, la spada o stocco, la puntilla (usata nel macello) e il resto dell’arsenale taurino.

Il giro d’affari taurino al di fuori della Spagna: una questione di vita e di morte

Le corride in America, Francia e Portogallo attraversarono più o meno le stesse vicissitudini che in Spagna, divenendo oggetto di divieti civili ed ecclesiastici che, salvo rare eccezioni, non furono rispettati, anche se contribuirono allo sviluppo di uno stile di spettacolo diverso, ugualmente crudele, basato sulla tortura e la morte di un animale sensibile. In Francia, l’entrata in vigore, il 2 luglio 1850, della legge Grammont che proibiva le corride non impedì l’introduzione delle corride all’ultimo sangue alla maniera spagnola per soddisfare l’imperatrice di Spagna Eugenia de Montijo, che intervenne personalmente per sollecitare la sospensione del divieto riguardante una serie di corride a Bayonne, programmate per l’estate 1853, durante le quali morirono 19 tori e 39 cavalli. Ciononostante, le corride continuarono ad essere proibite dalla legge per cento anni su tutto il territorio francese, fino all’adozione da parte del Consiglio della Repubblica, il 12 aprile 1951, di una proposta di legge che specificava che la legge precedente “non era applicabile alle corride per le quali poteva essere invocata una tradizione ininterrotta”. Nel timore che una maggiore sensibilizzazione verso i diritti degli animali renda più difficile ingannare l’opinione pubblica mondiale, la mafia taurina cerca disperatamente di esportare il proprio assurdo spettacolo in qualunque paese senza alcuna tradizione di questo tipo, come l’Egitto o la Russia, o ad altre città francesi, come Parigi, dove si tentò di organizzare una corrida nel giugno del 2002, o Carcassonne, in cui si tenne una corrida per la prima volta nel 1954, dopo che il sindaco e la corte superiore di giustizia ricorsero alla scappatoia legale secondo cui esiste “una tradizione locale ininterrotta”, disposizione che sottrae le corride e i combattimenti tra galli alle sanzioni attualmente previste in caso di maltrattamento degli animali nel quadro della normativa francese di protezione degli animali del 15 luglio 1976.

“In base ad un sondaggio francese del 1993, l’83% della popolazione si dice contro le corride, approvate solo dall’11%”.

In Portogallo, dove la crudeltà verso gli animali e la loro sofferenza è simile al resto della penisola, malgrado le corride all’ultimo sangue alla maniera spagnola siano proibite sin dal 1928, la tradizione di uccidere tori nelle plazas delle città al confine con la Spagna prosegue in vari luoghi, come ad esempio Villa de Barrancos, dove le autorità l’hanno tollerata per decenni. Paradossalmente, una nuova legge permetterà di nuovo l’uccisione del toro nelle arene di tutte quelle città che possano dimostrare di aver mantenuto ininterrottamente la tradizione di uccidere tali animali, trasgredendo così in modo sistematico alla legge per almeno cinquant’anni.

Le argomentazioni false ed utilitaristiche in difesa delle tradizioni per giustificare la tortura dei tori non bastano tuttavia a scusare in alcun modo un atto basato sul sacrificio gratuito di nuove specie animali; al contrario, l’abuso sistematico commesso su animali di qualunque specie porta all’assuefazione dell’opinione pubblica riguardo alla sofferenza di questi esseri, permettendo, ad esempio, la reclusione di struzzi, in Aragona o in paesi come Fuengirola, senza tener conto delle conseguenze fisiche e psicologiche per le vittime involontarie o delle implicazioni etiche e morali per coloro che partecipano di propria volontà a qualunque spettacolo crudele e degradante.

Se vogliamo fermare la violenza contro gli animali di qualsiasi specie e cominciare a costruire una società fondata sul rispetto per la vita e verso gli altri, dobbiamo procedere in una direzione più umanitaria come altri paesi dell’Unione Europea, quali la Germania, l’Italia o il Regno Unito, e migliorare lo statuto degli animali in Spagna ed altri paesi come il Portogallo, la Francia, il Messico, la Colombia, l’Ecuador, il Perù, e il Venezuela, condannando senza eccezioni la tortura di qualsiasi essere vivente a livello europeo ed internazionale e apportando riforme all’articolo 632 del Codice Penale spagnolo, rivelatosi totalmente inefficace nella prevenzione dei casi di violenza contro gli animali, giacché esso si applica solamente agli spettacoli non autorizzati dalla legge, nei quali l’abuso viene punito alla stregua di una semplice infrazione, ossia con una multa.

Francisco Martín
Presidente dell’Associazione Vegana Spagnola (AVE)

Terza parte


e Ornella Tondini
Traduzione dallo spagnolo di Cristina Perugia