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Corrida di tori, l'arte dell'inganno

di Francisco Martín, da Revista Natural, Dicembre 2003 (http://www.revistanatural.com) “Non vi è nulla di più patetico di una moltitudine di spettatori immobili che assistono, indifferenti o entusiasti, allo scontro impari tra un nobile toro e una banda di duri squilibrati che fanno a pezzi un animale innocente che non si capacita del motivo del proprio dolore…
Un bagno di sangue da un miliardo di euro all’anno”.

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

Il risveglio dell’opinione pubblica

I continui sforzi da parte delle istituzioni a sostegno delle corride di tori e di spettacoli simili, durante le quali vengono torturati animali di diverse specie in un paese democratico come la Spagna, si scontrano con il rifiuto sempre maggiore di una gioventù sempre più critica alla ricerca di un rapporto più sincero e armonico con la natura e con un’opinione pubblica sempre più scettica e disposta a mettere in discussione non solo la qualità e la provenienza degli alimenti ma anche i divertimenti più aberranti. Questo potrebbe portare alla fine della lunga carneficina nazionale e un maggiore progresso economico, sociale e culturale del paese, realizzando il sogno di sradicare costumi violenti, non solidali e crudeli, come le corride di tori, che furono proibite già più di due secoli fa dai nostri illustri antenati alla stregua di una piaga sociale che si manifesta sotto molteplici forme, annientando la nostra sensibilità e il senso etico ed estetico di quanti accettano come se fosse normale il fatto che le parti mutilate di un pacifico erbivoro siano ricompensa per i suoi boia, ed incoraggiando persino il maschilismo e la violenza di genere; se infatti si accetta che un essere vivente venga torturato per lucro e puro divertimento, si accetta anche che la stessa condizione umana possa, in linea di principio, essere fatta oggetto della stessa considerazione.

José Vargas Ponce, capitano di fregata, membro e direttore della Real Academia de la Historia (Accademia Reale della Storia), nonché famoso erudito ed amico dei più grandi illuministi della sua epoca, quali Jovellanos e Villanueva, ha riassunto nella sua “Dissertazione sulle corride di tori” (1807) tutti gli argomenti contro le corride del XVIII secolo, opera che purtroppo non riuscì a diffondersi al di là della ristretta cerchia accademica, rimanendo inedita fino al 1961, quando Julio Guillén Tato, un altro accademico membro della marina, la pubblicò integrandola con ulteriori documenti in cui l’autore condanna le varie perversioni presenti nella corrida: “Com’è possibile che uno spettacolo tanto barbaro, volgare e ignobile venga tollerato per secoli senza suscitare la ripugnanza del popolo spagnolo?”. In un altro capitolo, relativo ai dannosi effetti che questo tipo di spettacolo provoca nel carattere collettivo della popolazione, si afferma: “Questo è in fondo il vero scopo della corrida, ciò che porta a rappresentare e moltiplicare le stesse scene: la bestialità provocata dall’uomo, danni e carneficine volontarie, esempi perenni di crudeltà e ingratitudine, e sangue versato e promiscuo, e sempre sangue, ancora sangue. E se questi esempi hanno come bersaglio i tori, cosa possono suscitare questi spettacoli (in chi li guarda)? Durezza di cuore, messa al bando della dolce sensibilità ed emozioni tanto spietate e crudeli come lo spettacolo a cui assistono”.

Le corride di tori e i diritti legittimi degli esseri viventi

Il significato storico dei diritti civili, la libertà di espressione e l’estensione dei diritti naturali sia agli esseri umani che agli animali in base a criteri puramente umanitari, derivò per la prima volta da un profondo ripensamento dei valori etici e delle priorità umane che permise di rimettere in discussione qualsiasi forma di sfruttamento degli animali, come il loro addomesticamento (che rappresenta un modello per la prevaricazione sociale), la caccia (simbolo storico di affermazione del potere e della virilità) e la vivisezione, che, oltre a costituire una vera e propria aberrazione scientifica, mette a repentaglio la nostra salute rendendoci schiavi degli interessi economici dell’industria farmaceutica, che non riesce a concepire la salute senza il ricorso obbligato ai farmaci. Per opporsi alle corride di tori in quanto costume crudele e istituzionalizzato, è innanzi tutto necessario capire il nesso esistente tra questo antico spettacolo e la primitiva scala di valori della cultura carnivora che ne sta alla base, e che considera gli esseri umani e gli altri esseri viventi come potenziali nemici che è tuttavia possibile dominare o soggiogare, oltre che cibarsene. Infatti una forma di sfruttamento giustifica spesso l’altra ed entrambe appartengono ad una forma mentis che esclude gli animali dal nostro ambito morale. Joseph Ritson (1752-1803) affermava nel suo “Saggio morale sull’astinenza” (1802) che il nesso tra il consumo di carne animale e il comportamento crudele e spietato dell’essere umano è un dato di fatto storicamente accertato, e che l’origine dei cosiddetti sport barbari e insensibili degli inglesi, come le corse di cavalli, la caccia, il tiro col fucile, l’inseguimento di tori e orsi, i combattimenti tra galli, gli incontri di boxe e molti altri, sono imputabili al consumo di carne.

Il vegetarismo come base del progresso sociale e culturale

Il movimento vegetariano, che potrebbe diventare la base delle campagne a favore degli animali e dei loro diritti, affonda le proprie radici negli ideali dell’Illuminismo e di quanti hanno creduto e lottato per un mondo più giusto verso gli esseri umani e verso gli animali; molti intellettuali dell’epoca, come il Conte di Aranda (1719-1798), diplomatico e primo ministro di Carlo III, e Gaspar Melchor de Jovellanos (1744-1811), giurista, statista e scrittore, si distinsero per il loro categorico rifiuto delle corride di tori e promossero la cultura, il benessere sociale e il miglioramento dei costumi. Il loro spirito influenzò tutta la generazione dei letterati del ’98 che si opposero alle corride, ad eccezione di Valle-Inclán. Miguel de Unamuno trasformò l’antico motto romano Panem et circenses (cibo e giochi del circo) in Pan y toros (cibo e tori), criticando le masse che accorrevano alle corride alla ricerca di un macabro e sanguinoso divertimento, mentre Pío Baroja espresse la propria preoccupazione per la sofferenza degli animali.

Le opere di Tomas Payne (1737-1809), “Senso comune” e “I diritti dell’uomo”, la cui influenza pesò sul corso della storia dell’umanità, e Joseph Ritson, che riteneva che l’uomo avesse cominciato a mangiare carne durante i sacrifici rituali di animali, ispirarono gli ideali dell’Illuminismo a tutti coloro che credevano in un nuovo concetto universale di giustizia per esseri umani e animali, gettando così le basi del movimento vegetariano internazionale di cui fanno parte organizzazioni come l’Unione Vegetariana Internazionale (IVU) e diverse associazioni vegane internazionali che promuovono uno stile di vita più sano e solidale, fondato su un’alimentazione di origine vegetale, che rifiuta e condanna il maltrattamento degli animali e il loro sfruttamento a fini alimentari, il cui commercio e consumo impediscono l’adozione di provvedimenti necessari, giusti e responsabili a favore del benessere degli animali, e il movimento globale per la difesa dei loro diritti. A quest’ultimo aderiscono anche varie associazioni spagnole Amnistía Animal, ADDA, ALA, ANPBA, ASANDA, ATEA, Derechos para los animales (Diritti per gli animali), OLGA, ecc. che difendono i diritti degli animali e condannano la crudeltà istituzionalizzata delle corride, facendosi portavoce dell’indignazione dell’opinione pubblica verso tali spettacoli, come durante la prima marcia “anticorrida” nella primavera del 1987 in piazza de las Ventas a Madrid. Non sempre tali proteste ricevono l’adeguata attenzione da parte dei mezzi di comunicazione per il timore di perdere i vantaggi politici ed economici derivanti dagli interessi taurini e istituzionali che li sostengono.

Per un futuro senza divertimenti sanguinosi

Il crescente rifiuto sociale verso le guerre e gli spettacoli crudeli nei quali vengono torturati e uccisi animali a scopo di lucro e divertimento, dovrebbe portare a una sempre minore tolleranza della violenza contro gli animali, degradante per l’intera società. Tuttavia, anche se alcuni festeggiamenti disumani, come il lancio di una capra dal campanile della chiesa di Manganeses, sono oggi proibiti, altri, come il Toro de la Vega (che consiste nell’inseguire un toro attraverso le campagne fino ad ucciderlo con una lancia per disputarsene i testicoli come trofeo) trovano la propria ragion d’essere nelle corride di tori e contano ancora su un appoggio istituzionale sufficiente rappresentato dagli interessi taurini, che non consentono di educare la società ad un’equa considerazione di tutte le vittime della violenza, ostacolando l’adozione e l’applicazione di una vera e propria legge statale di tutela degli animali, conforme ad una società democratica evoluta che rispetti gli interessi dei più deboli.

Se è vero che siamo ciò che mangiamo e rifiutiamo la violenza connessa al consumo di carne, è anche vero che dobbiamo lasciar vivere gli altri. Se i nostri alimenti sono la nostra medicina, essi possono anche permetterci di ripensare il significato di quello che chiamiamo divertimento e riuscire a nutrire lo spirito o l’anima, imparando ad apprezzare gli alimenti ottenuti in modo non violento. Se davvero siamo esseri capaci di provare compassione, ognuno di noi deve impegnarsi nel risolvere la situazione e chiedere l’abolizione delle corride di tori con tutta la loro simbologia supermaschilista che interviene in questa festa del dolore, raccogliendo i nostri sforzi per indebolire le basi politiche ed economiche che rendono possibile il perdurare di uno spettacolo anacronistico proveniente dal nostro sanguinoso passato che non trova posto in una società che si autodefinisce moderna, democratica e solidale.

“Secondo un recente sondaggio, il 68% degli spagnoli non sono interessati alle corride di tori, con un’incidenza ancora maggiore tra i giovani e le donne. Gli abitanti della Catalogna e della Galizia, rispettivamente con l’81% e il 79%, sono i meno interessati. Altri dati rivelano che l’82% degli spagnoli non ha mai assistito a una corrida e l’87% della popolazione condanna la sofferenza degli animali negli spettacoli pubblici”.

Francisco Martín
Presidente dell’Associazione Vegana Spagnola (AVE)


e Barbara Berlan
Traduzione dallo spagnolo di Cristina Perugia