International Vegetarian Union
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Sesto Congresso Vegetariano Europeo
Bussolengo, Italia, 21-26 Settembre 1997
Biotecnologie alimentari: l’arte di maneggiare la vita adattandola alle esigenze economiche contingenti

Adria Granelli
Dottore in Scienze e Tecnologie Alimentari (Comitato Scientifico A.V.I.)

1) Riflessioni sul cibo

Mangiare è forse un semplice e banale atto quotidiano?

Da cinquant’anni a questa parte per un terzo dell’umanità c’è abbondanza di cibo: basta entrare in un qualsiasi supermercato per trovare ogni genere di alimento. Non è così per gli altri due terzi della popolazione mondiale. Non era così nel passato. Ancora nel secolo scorso, l’uomo spendeva il 70% delle sue energie per procacciarsi il cibo. È un errore pensare che mangiare sia un atto banale. Chi ha fatto una scelta ben precisa come quella vegetariana, se ne rende conto. Mangiare ci definisce più di qualunque cosa, ci definisce come esseri umani, appartenenti a una certa epoca, a una certa cultura sociale, ma soprattutto ci definisce come esseri unici e irripetibili.

2) C’è una relazione fra cibo ed energia: chi non conosce le famigerate kilocalorie?

Con le kilocalorie si definisce la quantità di calore, in termini numerici, generata dai cibi. Questo criterio di misura ci ha portato a credere, ad esempio, che una stessa quantità di un qualsiasi grasso apporti sempre lo stesso quantitativo di kilocalorie, e quindi di energia. Ma questo non è vero. Un grasso idrogenato non ci dà la stessa quantità di calore di un olio. Questo perché è transinsaturo e non viene utilizzato dal nostro organismo per il suo metabolismo, ma viene immagazzinato dal corpo come zavorra per gli altri grassi. Quindi il cibo non è fonte indifferenziata di energia, come pensano molti businessmen delle multinazionali, non serve soltanto a riempirci lo stomaco, non è una zavorra qualsiasi, che una volta soddisfatto il gusto ha terminato lì il suo lavoro, deve essere fonte di energia vitale e non deve sottrarci energia. Non possiamo dedicare la nostra energia per cercare di eliminare gli effetti negativi dello stesso cibo immesso nel corpo.

3) Relazione tra cibo e ambiente

Esiste una stretta relazione tra il cibo e l’ambiente. Un vegetale è l’espressione, e una microconcentrazione, dell’ambiente che l’ha prodotto. Un cibo è sano e salutare se lo è l’ambiente che lo genera. Per ambiente non si intende soltanto la natura, si intendono diversi fattori: quelli strettamente relazionati alla natura (temperatura media delle zone dove cresce il cibo, esposizione ai raggi solari, altezza del territorio, pressione, piovosità, venti, caratteristiche dell’acqua e sua disponibilità), e quelli dipendenti dall’opera umana (il lavoro umano, le attrezzature, il tipo di erbicidi e di insetticidi, le trasformazioni industriali, gli utilizzi industriali delle scoperte scientifiche, le biotecnologie).

Biotecnologie

L’uomo ha sempre adattato la natura al suo domus (casa). Ciò è avvenuto in base a delle esigenze contingenti che sono relative all’epoca e alla società in cui ha vissuto. La natura e l’ambiente erano sicuramente differenti nell’antico Egitto o nell’Ottocento in Germania, perché erano diverse le condizioni sociali ed erano diverse le condizioni in cui viveva l’uomo in quei periodi. La biotecnologia è sempre entrata nella storia dell’uomo. Ecco perché, oggi, è giusto distinguere le biotecnologie in due parti: le classiche e le avanzate.

Le biotecnologie classiche si sono perfezionate nel tempo. La produzione di alimenti fermentati come il formaggio o il vino, la birra, lo yogurt, hanno un’origine molto antica nella storia dell’uomo; anche la produzione di biomasse per produrre antibiotici, o per produrre aromi o enzimi, mentre quando ci riferiamo alle scoperte scientifiche più recenti e al loro utilizzo nell’industria, le definiamo biotecnologie avanzate Si dividono in cellulari e si riferiscono alla possibilità di modificare in vitro sia cellule animali che cellule di origine vegetale, e in molecolari, e si riferiscono alla manipolazione di quella molecola particolare del nostro codice genetico chiamata DNA, che è facilmente manipolabile perché è formata da quattro basi o nucleotidi che sono uniti tra loro da un legame chimico che è lo stesso per qualsiasi espressione di vita del pianeta terra. È come avere un alfabeto di quattro lettere con cui scrivere infiniti libri: è facile strappare la pagina di uno e inserirla in un altro, ma si cambia così il significato del testo. I campi di impiego delle biotecnologie sono il settore agroalimentare (sementi, ortofrutticoli, microorganismi per la produzione delle biomasse, zootecnia), quello chimico farmaceutico, nonché il settore militare.

Sviluppo economico

Agli inizi degli anni Trenta la Rockfeller Foundation iniziò a sovvenzionare studi atti a modificare il codice genetico. Negli anni cinquanta iniziò l’impiego industriale della biotecnologia molecolare, con la produzione di sementi ibride, cioè sementi ad alto rendimento. Queste hanno dato vita negli anni Sessanta a quella che viene definita la “Rivoluzione Verde”, che nelle zone dove è stata sperimentata, ad esempio l’India, ha causato devastanti conseguenze: è aumentata la produzione ma milioni di persone sono state ridotte alla fame. Negli anni Settanta-Ottanta, valutando il business economico, molte multinazionali entravano nel settore agroalimentare. Si ha così una variazione profonda del sistema agricolo:

  1. L’arrivo di multinazionali provenienti dalla chimica, dall’elettrochimica, dal settore farmaceutico e petrolifero stravolge l’economia agricola.
  2. Cosa produrre e come produrlo si lega alle strategie economiche e al profitto d’impresa.
  3. Viene snaturata la produzione agricola che diviene sempre più dipendente dai processi a monte e a valle, quali la produzione di sementi e i processi di trasformazione delle sostanze agricole sempre da parte delle società multinazionali.
  4. Una sola società possiede oltre ottocento industrie sementifere, due sole società in Olanda detengono il novanta percento della produzione sementifera.
  5. A tutto ciò non va dimenticato di sommare il cambiamento da agricoltura estensiva ad agricoltura intensiva.
Vantaggi e svantaggi

Quando si parla di vantaggi delle biotecnologie, si parla di resa per ettaro di terra. La soia della Monsanto ha permesso raccolti sette volte superiori alla normale soia. Ricordiamoci che comunque l’intensificazione significa anche un maggior sfruttamento per ettaro di terra, e aumenta l’impiego di mezzi. Se si vuole aumentare la produzione si deve aumentare anche l’uso di erbicidi e insetticidi. Tutto questo perché non si può cambiare il primo principio della termodinamica: se vogliamo produrre di più, dobbiamo aggiungere prodotti ed energia. Nella normalità, dopo la seminazione si doveva aggiungere l’erbicida e, dopo l’erbicida, si cospargeva il terreno di un’altra sostanza chimica che doveva formare una protezione al mais dall’erbicida. Con la coltivazione intensiva e le sementi geneticamente costruite più resistenti alle erbacce si può ridurre l’uso dei pesticidi e insetticidi. Inoltre si riducono, grazie all’intensificazione, i costi di produzione per ettaro di terra. Ma naturalmente in termini parziali e non globali perché le multinazionali non hanno tenuto per niente conto, ad esempio, del costo di aggressione alla natura.

Vediamo quali sono alcuni svantaggi delle biotecnologie:

  1. I brevetti: sementi con un nome e un attestato di proprietà.
  2. Aumento dell’uniformità genetica.
  3. I rischi della manipolazione genetica.
  4. L’uso distorto delle nuove tecnologie.
I brevetti nei giornali economici sono riportati come punto a favore, nei prossimi dieci anni, si è stimato che il volume d’affari raggiungerà i sessantacinque miliardi di dollari. I rischi sono: imporre le condizioni per l’uso delle risorse brevettate, quindi quali vincoli per poter usare il ritrovato, il prezzo e la contropartita economica. ad esempio la Monsanto lo scorso anno, per l’uso della soia con round up ready, aveva imposto delle condizioni capestro per gli agricoltori. E stiamo parlando degli agricoltori del nord, pensate con quelli più deboli del sud! La Monsanto aveva imposto propri ispettori che controllavano addirittura le quantità di erbicida, e non permettevano di avere dei libri con i quali gli agricoltori potessero tenere sotto controllo le entrate e le uscite. Un vero e proprio monopolio.

Altro punto è il cumulo dei brevetti. Se un’industria scopre un nuovo gene di interesse commerciale, questo gene può essere combinato in maniera diversa ed essere brevettato per ogni combinazione, cioè uno stesso gene può essere brevettato centinaia di volte.

Un altro rischio è il monopolio genetico, ossia il diritto di impedire ad altri l’uso di un gene brevettato. Le ripercussioni più gravi si hanno in campo medico per le produzioni di ormoni e medicinali.

Poi il monopolio delle caratteristiche, ossia impedire ad altri di portare avanti delle ricerche che arriverebbero a uno stesso risultato di una scoperta già avvenuta.

Un altro svantaggio è l’aumento dell’uniformità genetica. Diecimila anni fa sulla terra vivevano 5 milioni di abitanti che si nutrivano di 5000 piante diverse, nel 1997 siamo circa 6 miliardi e ci nutriamo con 120 tipi di piante. Secondo un rapporto della FAO del 1996, l’uomo è riuscito a catalogare 250.000 tipi di piante, di queste soltanto 30.000 sono dette commestibili e soltanto 7000 sono state utilizzate come alimento. Oggi ne vengono coltivate 120 e di queste solo 9 danno alimentazione al 75% dell’umanità e 3 soltanto danno alimentazione al 50% della popolazione. Conseguenza di questa erosione genetica è la sparizione di molte varietà. Ad esempio il caffè si basa su un unico tipo di pianta e questo rende facile la sua sparizione, in caso di attacco a essa. Una pianta studiata in un laboratorio degli Stati Uniti avrà sicuramente una resa minore se coltivata in India, le varietà locali sono più resistenti a quel tipo di ambiente. Poi anche gli insetti, i virus, i funghi, gli animali cambiano di conseguenza. Questo determina una maggiore vulnerabilità di queste piante nei confronti dell’ambiente. La malaria, ad esempio, sta ritornando dopo che sembrava fosse stata debellata proprio chimicamente. Per vedere se la modificazione genetica è avvenuta con successo, si immette nella pianta oltre al gene commerciale anche il gene della resistenza all’antibiotico. Non ci sono ancora prove per dire che questo gene crei dei danni, ma sono dell’avviso di andarci molto cauti. Ancora l’uso distorto delle nuove tecnologie: la simbiosi seme-pesticida soia round-up-ready e suo erbicida sono i casi più noti in campo alimentare dell’impiego di studi e ricerche scientifiche all’industria. Il consumatore chiede al potere legislativo una protezione e un’informazione a riguardo. La Comunità Economica Europea risponde nel 1990 e nel 1997 con una direttiva (90/220) e con un regolamento (97/258). Il legislatore si propone di raggiungere due obiettivi: la tutela e la sicurezza pubblica e la corretta informazione del consumatore. Gli intenti del legislatore sono buoni perché sono due ottimi obiettivi, sono oggi insufficienti i mezzi con i quali il legislatore si propone di perseguire questi obiettivi. La tutela della sicurezza pubblica viene data solo con l’espletamento delle pratiche burocratiche. Mentre per la corretta informazione posso fare l’esempio del prodotto che, se è del tutto conforme a quello naturale ma presenta parti modificate geneticamente, non ha bisogno che queste compaiano sull’etichetta. Ciò sancisce il principio dell’equivalenza, che sicuramente non garantisce la sicurezza.

Conclusioni

Il Vegetariano, vivendo quotidianamente la sua scelta vegetariana, promuove l’etica di un vivere non aggressivo nei confronti dell’ambiente e degli animali che con lui condividono acqua, terra e cielo. Oggi il movimento vegetariano deve occuparsi e pronunciarsi nei confronti delle biotecnologie, affinché si crei un ambiente sociale: un humus sociale dove lui possa crescere e svilupparsi con valenze e con frutti equi, per l’umanità tutta, sia nel presente che nel futuro. Sarebbe bene che da questo convegno uscisse un gruppo di studi che informi gli altri, con scadenze precise, di quello che sta succedendo nell’industria.

Domande

D: Nel corso del suo intervento Lei ha detto che in India la Rivoluzione Verde è iniziata negli anni ‘50 e che ha portato dei danni e la fame: ci potrebbe spiegare il perché?

R.: L’uso delle sostanze chimiche, adottate per adattare il terreno all’intensificazione, ha portato a un indebitamento del governo indiano verso le multinazionali, e quindi ha portato un impoverimento della popolazione. Il riso potrebbe essere utilizzato da queste popolazioni se i loro governi non si indebitassero a tal punto da dover dare tutto il ricavato ai loro creditori e a esportare massicciamente. In Brasile tutte le produzioni locali sono state soppiantate dalla produzione della soia, il cambiamento dell’uso del terreno ha fatto sì che qualsiasi altro genere vegetale divenisse introvabile, gli agricoltori dovevano inoltre esportare tutto il raccolto. Questo fa capire come l’introduzione di queste bioagricolture vadano a modificare completamente tutta la società oltre al terreno. Le popolazioni diventano completamente dipendenti dall’azienda agricola e dagli speculatori.

D.: Di recente ho letto su l’“European” che l’Austria andrà in tribunale contro l’Unione Europea perché non vuole prodotti geneticamente mutati e le etichette europee sui generi alimentari non dicono nulla sulla presenza o meno di questi, sembra che anche l’Italia e il Lussemburgo facciano lo stesso. Se questo è vero, o comunque, cosa si può fare per non far immettere in Europa prodotti geneticamente mutati ?

R.: Il problema non è di facile soluzione. Per esempio quando si attuò l’embargo al Sudafrica, le merci sudafricane venivano vendute al Sud America e da lì all’Europa. Il grano di Cernobil è arrivato in Italia. Se noi vegetariani chiedessimo un Marchio Verde che ci garantisca la provenienza dei prodotti, per la nostra salvaguardia, questo potrebbe essere un mezzo per difenderci. Un esempio è il boicottaggio alla Nestlè. È bastato un ribasso dello 0,1% sulla vendita dei prodotti perché la Nestlè chiedesse un incontro con la controparte. Dobbiamo capire che il nostro potere come consumatori è grande, dobbiamo sfruttare questa nostra grande potenzialità e usare i nostri “No grazie!”

- i testi e le traduzioni sono stati forniti dall'Associazione Vegetariana Italiana (AVI)