International Vegetarian Union
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Sesto Congresso Vegetariano Europeo
Bussolengo, Italia, 21-26 Settembre 1997
Ingegneria Genetica: un Azzardo dal prezzo troppo elevato

Fabrizio Fabbri
Responsabile nazionale di Greenpeace Italia

Desidero ringraziare gli organizzatori di questo congresso che mi hanno gentilmente invitato a parlare di questo emergente argomento che è l’ingegneria genetica. Si tratta di una tecnica attraverso cui gli scienziati possono interferire ed entrare nel nucleo della cellula. In particolare possono tagliare parti di DNA, cioè della linea nella quale si trovano uno dopo l’altro i geni, che racchiudono tutte le informazioni sugli organismi viventi. Queste parti vengono prese e unite a un’altra linea di DNA.. Questo processo ha luogo quando si incontrano due gameti formando così un incrocio, attraverso il quale due DNA similari possono cambiare parte della loro linea. Ciò costituisce la base del sistema evolutivo che permette alle varie specie di continuare la loro vita restando nell’ambiente che le circonda. Ma allora, cosa c’è di sbagliato nell’ingegneria genetica?

C’è il fatto che questi scienziati stanno mischiando differenti DNA di differenti specie, di differenti geni, di differenti famiglie o ordini; stanno semplicemente facendo ciò che Madre Natura cerca di evitare attivando determinati meccanismi, grazie ai quali la riproduzione può avvenire solo fra due individui similari, cioè appartenenti alla medesima specie. Oggi l’ingegneria genetica è in grado di prendere parti di un batterio o di virus e innestarli in un animale o pianta oppure prelevare geni da un essere umano o da un animale per innestarli in un vegetale o in altre specie. In natura non troviamo mai un vegetale con geni umani o con quelli di un batterio o, infine, con quelli di un pesce.

L’ingegneria genetica si è sviluppata in breve tempo e viene largamente utilizzata in campo medico e farmaceutico dato che offre sorprendenti possibilità di curare determinate patologie. Pensate al diabete. La produzione di insulina per contrastare il diabete avviene grazie a un processo di ingegneria genetica: il gene umano che la produce è stato inserito in un batterio che è in grado di produrla in quantità sufficienti per combattere il diabete negli esseri umani. Come sfruttano l’ingegneria genetica le multinazionali, ad esempio, la Monsanto, proprietaria del brevetto PCB? Essa è attualmente impegnata e interessata nel campo delle biotecnologie, sta cioè producendo nuove specie di piante per i suoi specifici scopi, per gli affari interni della società. Il rischio non è stato a prima vista percepito neppure dalle Organizzazioni degli Ambientalisti. Greenpeace sta studiando il coinvolgimento dell’ingegneria genetica sin dal 1991, ma ciò che in realtà sta accadendo è che l’anno scorso è stato il primo anno in cui sono state largamente utilizzate estese coltivazioni di piante trattate con l’ingegneria genetica, in particolare con prodotti di soia. I produttori affermano che la nuova tecnologia combatte la fame nel mondo, ma noi sappiamo che ciò è una vera menzogna. In realtà le piante transgeniche vengono rese resistenti agli attacchi degli erbicidi prodotti dalla stessa Monsanto, che detiene il brevetto su di un erbicida denominato “Round-up”, ottenuto circa 20 anni fa.

Dunque per 20 anni essi hanno tratto profitto dalla vendita di tale erbicida a livello mondiale. Trascorsi i suddetti 20 anni tutte le altre industrie del settore avrebbero potuto produrre l’erbicida. La Monsanto, prevedendo tutto ciò, ha creato questa nuova pianta: la soia Round-up, contenente alcune parti, alcuni geni di batteri o virus e un’altra pianta. Come ho già detto, questa nuova pianta è in grado di resistere agli attacchi dell’erbicida, del Round-up. Una volta che la Monsanto ha brevettato la soia Round-up, essi per altri 20 anni avranno il diritto di utilizzarle. La Monsanto sta attualmente vendendo dei kit formati da soia e dall’erbicida Round-up allo scopo di mantenere il monopolio di tali prodotti. Questa è l’unica ragione per la quale questa industria sta producendo piante resistenti al Round-up. La Monsanto ha anche brevettato decine di altre specie, dal cavolfiore agli spinaci, tutte resistenti agli stessi erbicidi che essa produce. È molto improbabile che ponendo una specie estranea all’interno di un determinato ambiente, noi riusciamo così semplicisticamente a risolvere il problema della scarsità e della guerra. Tutti concordiamo nell’affermare che la fame è un problema dovuto non alla scarsa quantità di cibo disponibile, quanto alla sua irrazionale distribuzione a livello mondiale. Gli occidentali oggi producono più cibo di quanto necessiti; gran parte di esso viene distrutto per ragioni di mercato.

Altrettanto possiamo dire, per esempio, a proposito del mais transgenico brevettato dalla Ciba-Geigy impegnata in una joint venture denominata Novartis. Questo tipo di mais contiene un intero batterio, il botulus, insieme a una parte di vari virus. Esso è stato brevettato per essere resistente a un erbicida prodotto dalla stessa industria, chiamato Basta, che si ritiene sia in grado di resistere agli attacchi delle larve. Il suddetto batterio, inserito nel DNA del mais, è noto anche in ambito biologico o biodinamico in quanto produce una tossina, cioè un composto tossico per gli insetti. Infatti nell’agricoltura biodinamica si sparge il prodotto sugli insetti, si produce la tossina e gli insetti muoiono. Si tratta di un insetticida naturale. Gli scienziati della Ciba-Geigy hanno pensato che con l’introduzione del batterio nel DNA del mais si sia creata una pianta in grado di autoprodurre tossine e quindi di autoproteggersi dalle larve allorché esse dovessero penetrarvi. Esperimenti di questo tipo furono condotti sul cotone due anni fa.

Grandi quantità di semi di cotone, manipolati in detto modo, vennero impiegate estensivamente, ma le piantagioni vennero tutte distrutte dalle larve. Tutto ciò avvenne semplicemente perché il batterio inserito non aveva generato sufficienti quantità di tossine in grado di uccidere gli insetti. Il rischio che quindi si corre è quello di perdere tutti i raccolti. Ciò che è peggio è che una volta che l’insetto, per carenza di tossine prodotte, diviene resistente a esse, ciò si ripete con le altre coltivazioni future. In questo caso il botulus, non può più essere utilizzato nell’agricoltura biodinamica. Ciò che è peggio è che durante la prima fase di sviluppo di questo tipo di raccolto di mais transgenico, gli esperti della Ciba-Geigy tagliarono una parte di DNA di un batterio per rendere il tutto resistente agli erbicidi, ma sfortunatamente alcuni geni vennero introdotti nella pianta rendendola così resistente a un antibiotico di largo consumo. Il grano non necessita affatto di essere resistente agli antibiotici poiché questi non vengono mai utilizzati nell’agricoltura biodinamica. Si trattò, dunque, di un puro incidente: intendevano tagliare una parte di DNA dalla sequenza genica, ma sfortunatamente ne presero una, un po’ più lunga che recava quella indesiderata informazione e cioè la resistenza agli antibiotici. A causa di questo incidente, la pianta in sé non ne viene a soffrire, ma parte della comunità scientifica è fermamente convinta che esista una reale possibilità che alimentando gli animali o gli esseri umani con grano contenente geni atti a conferire al prodotto una resistenza agli antibiotici, i batteri dello stomaco e dell’intestino possano incrociarsi con il batterio inserito nel grano, rendendo l’organismo resistente all’azione degli antibiotici. Così stando le cose, noi non potremmo più utilizzare alcuni antibiotici in campo veterinario o per la salute degli esseri umani.

Grandi quantità di semi di cotone, manipolati in detto modo, vennero impiegate estensivamente, ma le piantagioni vennero tutte distrutte dalle larve. Tutto ciò avvenne semplicemente perché il batterio inserito non aveva generato sufficienti quantità di tossine in grado di uccidere gli insetti. Il rischio che quindi si corre è quello di perdere tutti i raccolti. Ciò che è peggio è che una volta che l’insetto, per carenza di tossine prodotte, diviene resistente a esse, ciò si ripete con le altre coltivazioni future. In questo caso il botulus, non può più essere utilizzato nell’agricoltura biodinamica. Ciò che è peggio è che durante la prima fase di sviluppo di questo tipo di raccolto di mais transgenico, gli esperti della Ciba-Gigy tagliarono una parte di DNA di un batterio per rendere il tutto resistente agli erbicidi, ma sfortunatamente alcuni geni vennero introdotti nella pianta rendendola così resistente a un antibiotico di largo consumo. Il grano non necessita affatto di essere resistente agli antibiotici poiché questi non vengono mai utilizzati nell’agricoltura biodinamica. Si trattò, dunque, di un puro incidente: intendevano tagliare una parte di DNA dalla sequenza genica, ma sfortunatamente ne presero una, un po’ più lunga che recava quella indesiderata informazione e cioè la resistenza agli antibiotici. A causa di questo incidente, la pianta in sé non ne viene a soffrire, ma parte della comunità scientifica è fermamente convinta che esista una reale possibilità che alimentando gli animali o gli esseri umani con grano contenente geni atti a conferire al prodotto una resistenza agli antibiotici, i batteri dello stomaco e dell’intestino possano incrociarsi con il batterio inserito nel grano, rendendo l’organismo resistente all’azione degli antibiotici. Così stando le cose, noi non potremmo più utilizzare alcuni antibiotici in campo veterinario o per la salute degli esseri umani. Chi si avvantaggia di una tale situazione è l’industria transnazionale. Esse ci utilizzano come topi da esperimento semplicemente perché non conoscono affatto le reazioni dell’organismo umano a seguito della assunzione di prodotti a base di GMO. Queste grandi industrie non fanno quindi alcun test per saggiare la risposta degli organismi umani dopo quel tipo di alimentazione basata anche sull’impiego di batteri o virus. Ciò che furono capaci di fare fu, agli inizi, di utilizzare alcune parti di DNA della noce brasiliana introducendole nella soia. Fu scoperto che coloro i quali tolleravano la soia pura, divenivano intolleranti alla soia transgenica, per cui quel tipo di brevetto venne ritirato.

Un’altra sfortunata circostanza fu quella dell’industria transgenica giapponese che produceva un aminoacido essenziale denominato triptofano. Utilizzando 5 batteri modificati, essi impiegarono forti quantità di triptofano che vennero immesse sul mercato. Ben 39 persone morirono a causa di una sindrome che poi gli esperti attribuirono all’azione dei batteri transgenici e centinaia di altre persone soffrirono a lungo a causa di detta affezione. Questo è un altro esempio di cosa accade nonostante i ricercatori affermino che tutto è ok e che vengono offerte determinate garanzie. L’Organismo Nazionale o Internazionale preposto al controllo di tali risultati crede al rapporto scientifico fornito dalla società chimica. Questo è il motivo per cui noi siamo pieni di componenti chimici che vengono ritirati dal mercato solo quando c’è un evidente danno agli esseri umani. Ciò è avvenuto con tutte le sostanze chimiche che sono state bandite o ridotte gli scorsi anni: DDT, PCB, Esaclorobenzene, ecc. Ogni componente tolto dal mercato è stato utilizzato per decenni prima che divenisse evidente il danno per la vita e in particolar modo per l’ambiente umano. Solo quando la società industriale non potrà negare la responsabilità del danno chimico, solo in questa fase molto spesso avverrà il ritiro o la riduzione nell’uso di detti componenti.

La stessa cosa sta accadendo con i GMO (organismi geneticamente modificati) che sono stati immessi nel mercato senza alcun genere di verifica circa la loro innocuità. Possono essere utilizzati come spray e sparsi in colture, usati e coltivati senza alcun tipo di restrizioni, semplicemente perché il produttore dice che tutto è ok, così diviene affar nostro dimostrare a chi di dovere che tutto ciò è errato. Allora, quello che possiamo dire, in sostanza, è che vi sono alcuni esempi, preoccupanti esempi, che ci avvertono del fatto che l’ingegneria genetica può costituire un rischio gravissimo per ciascuno di noi e per l’ambiente in cui viviamo. Ciò che è peggio è che non possiamo rispondere alla domanda su quanto essa possa essere pericolosa: tutto ciò rimane un grosso punto interrogativo. Possiamo alla fine valutare i danni fra 2 decenni e nel frattempo saremo circondati dagli organismi geneticamente modificati. Esiste un intero elenco di piante e animali brevettati che stanno attendendo di essere immessi nel mercato. Fra un paio di anni noi rischieremo di avere disponibile solo cibo transgenico. Come se ciò non bastasse, le multinazionali stanno ottenendo i diritti di brevetto, il che significa che ognuna di esse potrà brevettare la sequenza dei geni o il bagaglio di ereditarietà o i denti del corpo. Negli Stati Uniti alcuni particolari dell’ombelico sono già brevettati; il 90% dell’intera vita del gene in India ha ottenuto il brevetto negli USA. Tutti questi diritti di brevettabilità danno la possibilità alle multinazionali di ottenere le royalty a seguito di qualunque utilizzazione esse facciano di quanto è stato brevettato. Infine sull’argomento possiamo dire che le multinazionali, così facendo, hanno in mano l’evoluzione del futuro, stanno cioè guidando l’evoluzione di intere specie, di interi ordini dei vegetali e degli animali; stanno modificando lo sviluppo dello stesso scenario che era in atto da miliardi di anni.

Cosa possiamo fare? Sfortunatamente, ne sono sicuro, non riusciremo a fermare per ora l’ingegneria genetica; dobbiamo essere realisti: in Italia, l’anno scorso, è stato scaricato mezzo milione di tonnellate di soia geneticamente manipolata che ora si trova nel mercato e nessuno si preoccupa di sapere quali ingredienti compongono tali prodotti. È troppo tardi: noi semplicemente non possiamo fermare l’utilizzazione di detti prodotti. La Commissione Scientifica della Comunità Europea ha deciso da poco che le multinazionali hanno il diritto di brevettare la vita e quindi hanno stabilito che mais e soia più altri prodotti ben definiti possano essere coltivati in modo estensivo. Si tratta, dunque, di un processo ormai no-stop: i prodotti transgenici sono sul mercato, vengono consumati e noi ce ne cibiamo. Nonostante ciò, penso che dovremo organizzare un movimento di opposizione; l’inattività, infatti, costituirebbe un rischio troppo grande senza alcun genere di benefici per la intera comunità.

Non possiamo accettare questa “nuova colonizzazione”. Gli Stati Uniti stanno realmente guidando il più grande movimento di colonizzazione del mondo: stanno cercando di convincere i governi affinché non vietino l’importazione degli organismi modificati, come sta accadendo in India, in Egitto, ovunque vi sia, cioè, un governo o un movimento che si oppongano alla loro commercializzazione. Penso che a questo punto il potere sia nelle mani dei consumatori. Con ciò voglio dire che le multinazionali possono produrre pure quello che vogliono, ma esse sono destinate a sopravvivere solo se esisterà mercato per i loro prodotti modificati. Se noi reagiremo dicendo: grazie, non ci interessano, noi non abbiamo necessità di alimentarci con prodotti transgenici semplicemente perché preferiamo quelli naturali, le multinazionali ci ripenseranno e fermeranno la produzione di simili organismi. Al momento, questa è la sola via che noi, in realtà, possiamo cercare di percorrere per fermare l’incremento di una simile industria. Penso, quindi, che la prima cosa da fare sia quella di opporre un rifiuto a tutto ciò, pretendendo la presenza nel mercato anche di prodotti naturali, possibilmente senza componenti chimici. Sfortunatamente ci troviamo in una brutta posizione: fino all’anno scorso il movimento ambientalista era tutto intento a combattere l’agricoltura chimica, l’uso di pesticidi/erbicidi, ecc.; ora occorre combattere i GMO per primi e poi i pesticidi/erbicidi, infatti è meglio basarci sull’alimentazione biodinamica o biologica, come opzione primaria.

La più grande Associazione biologica di agricoltori in questo settore sta difendendo i suoi prodotti dalla manipolazione, ma allo stesso tempo noi dovremmo chiedere una separazione, a ogni modo, dei prodotti modificati da quelli che non lo sono. Dovremmo chiedere agli importatori e ai produttori di ottenere la loro distinzione, separando i GMO dai non-GMO, permettendo così all’industria alimentare di approvvigionarsi di materiale grezzo libero da GMO, garantendo i consumatori finali che i prodotti sono senza di essi. Noi tutti dovremmo mettere in atto una rete di consumatori che rifiutano i GMO. Sono perfettamente sicuro che se non riusciamo, dal punto di vista del consumatore, a guidare una forte reazione in grado di avere un grande impatto sul mercato alimentare, nel giro di un paio di anni non avremo più disponibili cibi senza GMO. Ecco perché, a parte le maggiori Organizzazioni del tipo Greenpeace che qui rappresento, noi abbiamo la necessità di creare un valido movimento di opposizione fra i consumatori. Greenpeace non può vincere questa battaglia da sola o alleandosi con altre maggiori Associazioni di ambientalisti; noi, singolarmente, non possiamo fare quasi nulla; possiamo solo informare la gente, possiamo dedicare la nostra attenzione al problema, possiamo attivarci in modo anche spettacolare al fine di captare l’interesse dei media perché possano estenderne l’informazione. Siamo noi soltanto che deteniamo il reale potere come consumatori. Auguriamoci di riuscire a fermare questo maledetto mercato!

- i testi e le traduzioni sono stati forniti dall'Associazione Vegetariana Italiana (AVI)