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Tom Regan

Tom Regan è professore di Filosofia all’Università Statale della Carolina del Nord. Ha scritto molto sul tema della liberazione degli animali e sulla filosofia dei diritti degli animali. La pubblicazione del suo The Case for Animal Rights ha segnato un notevole passo avanti nel sostegno filosofico del movimento dei diritti degli animali, la cui discussione è stata portata da questo libro alla seria attenzione di gruppi di studiosi.

brani vari tratti da Animals' Rights: a Symposium

Dobbiamo renderci conto che alcune persone, sentendoci parlare di temi quali i diritti degli animali, troveranno un motivo valido per accusarci di essere assurdi. Solo le persone possono avere diritti, e gli animali non sono persone. Quindi, quanto più noi parliamo, seriamente, di diritti degli animali, tanto più loro penseranno che noi consideriamo gli animali stessi alla stregua di esseri umani; e poiché è assurdo pensare che animali e persone siano la stessa cosa, sarà per loro altrettanto assurdo pensare che gli animali abbiano diritti. Per molti la discussione finisce qui.

Siamo sinceri con noi stessi. Ci sono poche probabilità di modificare l’impostazione mentale di quanti sono abituati a pensare in questo modo. Se il semplice fatto di sbraitare i loro slogan li rende soddisfatti ("Solo le persone hanno diritti!") in quanto evita loro di dover riflettere, sbraitando a nostra volta i nostri slogan o chiedendo loro di guardare al di là delle parole e arrivare alle idee, falliremo nel tentativo di modificare la loro mentalità.


The Case for Animal Rights
by Tom Regan
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brani vari tratti da The Case for Animal Rights

La crudeltà si manifesta in vari modi. Le persone possono essere giudicate, a ragione, crudeli, sia per ciò che fanno che per ciò che evitano di fare, sia per ciò che provano che per ciò che non riescono a provare. Il punto centrale della crudeltà sembra essere quello in cui, come ben esemplificano le parole di Locke, una persona prova una "qual sorta di Piacere" nel causare la sofferenza altrui. I sadici aguzzini sono forse l’esempio più lampante della crudeltà intesa in questo senso: sono crudeli, perché non solo infliggono sofferenza, (anche dentisti e medici, ad esempio, lo fanno) ma perché ne traggono godimento. Possiamo definirli atti di crudeltà sadica.

Non tutte le persone crudeli lo sono in questi termini. Alcune persone crudeli non provano piacere nel causare la sofferenza altrui. A dire il vero, sembra che non provino nulla. La loro crudeltà è manifestata dalla mancanza di ciò che viene definito un sentimento consono, come pietà, o compassione, per le condizioni in cui versa l’individuo che hanno fatto soffrire, piuttosto che trarne godimento; potremo definirli insensibili alla sofferenza che infliggono, non vengono toccati da tutto ciò, come se non ne fossero consapevoli o come se non considerassero sofferenza ciò che hanno provocato, allo stesso modo in cui, ad esempio, i leoni sembrano non rendersi conto del dolore che causano alla loro preda, e perciò non sono sensibili ad esso. Quindi, proprio perché dagli animali ci si aspetta indifferenza, ma dagli esseri umani ci si aspetta pietà o compassione, le persone crudeli perché insensibili alla sofferenza che causano, vengono spesso chiamate "animali" o "bruti", e il loro carattere, o comportamento, viene definito "brutale" o "inumano". Quindi, ad esempio, omicidi particolarmente efferati si dice che siano "l’opera di animali ", per il motivo che nessuno, dotato dei sentimenti umani di pietà e compassione, li avrebbe potuti compiere. Chiameremo crudeltà brutale quella che comporta indifferenza, piuttosto che piacere, nei confronti della sofferenza inflitta.

Gli animali da laboratorio non rappresentano una "risorsa", il cui status morale sia quello di essere utili agli interessi degli esseri umani. Sono soggetti ad una vita che va avanti, nel bene e nel male, per loro, indipendentemente dall’utilità che potrebbero avere o meno per gli altri. Condividono con noi un particolare valore – un valore insito alla vita – e, qualsiasi cosa facciamo loro, dobbiamo rispettare quel valore, perché è giusto così. Trattarli come se il loro valore si riducesse alla loro utilità per gli interessi umani, per quanto importanti possano essere questi interessi, significa trattarli ingiustamente; usarli in modo tale che gli esseri umani possano ridurre al minimo i rischi che corrono volontariamente (e che possono volontariamente decidere di non correre) significa violare il loro diritto morale primario ad essere trattati con rispetto. Il fatto che i test sugli animali siano previsti dalla legge, non significa che siano moralmente tollerabili; dimostra solo che la legge stessa è ingiusta e che dovrebbe essere modificata.

Qualcuno potrebbe disfarsi subito di ogni peso dicendo che la concezione dei diritti è antiscientifica e antiumana. Questa è retorica. La concezione dei diritti non è antiumana. Noi, in quanto esseri umani, abbiamo tutti il diritto primario a non essere danneggiati, un diritto che si cerca di evidenziare e difendere tramite la concezione dei diritti; ma non abbiamo nessun diritto di danneggiare altri, o di metterli in condizioni di poter essere danneggiati; al solo scopo di ridurre al minimo i rischi derivanti dalle nostre azioni, frutto di libere scelte. Tutto ciò viola i loro diritti, e nessuno ha il diritto di farlo.

La concezione dei diritti non è nemmeno antiscientifica. Pone farmacologi e scienziati di fronte alla sfida della scienza: trovare metodi, di pubblica utilità, scientificamente validi senza dover violare i diritti degli individui. L’ obiettivo primario della farmacologia dovrebbe essere quello di ridurre i rischi a cui sono soggetti quanti fanno uso di medicinali, senza danneggiare chi invece non ne fa uso. Le vere persone antiscientifiche sono quelle che dichiarano che tutto ciò non è possibile, prima ancora di cercare di trovare insieme un modo per far sì che avvenga.

Forse, la risposta più frequente alla richiesta di eliminazione dei test tossici sugli animali, è quella che ne riporta i benefici:

  1. Gli esseri umani e gli animali hanno tratto benefici dai test tossici svolti sugli animali
  2. Quindi, questi test hanno ragione di esistere

Così come ogni teoria che non ha fondamento, ogni cosa che viene detta in proposito si rifà alla proprie idee di base. L’affermazione "questi test non violano i diritti degli animali," ci porterebbe a pensare che dobbiamo difendere la pratica di test nocivi. Ma, sfortunatamente per quanti appoggiano questi test, e ancora più sfortunatamente per gli animali che vengono usati per condurli, la premessa non è vera. Questi test violano realmente i diritti degli animali testati, per le ragioni già esposte. I benefici apportati da questi test sono irrilevanti, secondo la concezione dei diritti, in quanto violano i diritti degli animali stessi. Così come per gli esseri umani, anche per gli animali può essere applicata la seguente teoria: “calpestare i loro diritti non può essere giustificato facendo appello al bene comune". In altre parole, i benefici apportati ad alcuni individui hanno valore morale solo se non comportano la violazione dei diritti altrui. Dato che i test effettuati per provare la tossicità di nuovi medicinali violano i diritti degli animali da laboratorio, è moralmente irrilevante fare leva su quanto altri ne abbiano tratto beneficio. Gli animali da laboratorio non sono le nostre cavie. Noi non siamo i loro sovrani.

. . . Gli animali non devono essere trattati come semplici ricettacoli o come risorse rinnovabili. Ecco perché la pratica delle ricerche scientifiche sugli animali viola i loro diritti. Ecco perché dovrebbero cessare di esistere, secondo la concezione dei diritti. Non è sufficiente cercare coscienziosamente di trovare alternative che non coinvolgano animali e poi, non trovandone alcune, ricorrere ancora all’uso di animali. Sebbene questo approccio sia lodevole nelle sue premesse, e sebbene questo significherebbe fare un notevole passo avanti, non è abbastanza. Dà per scontato che le pratiche sugli animali siano accettabili nella misura in cui possano avere una futura utilità per gli interessi di altri, posto che si sia fatto del nostro meglio per evitarle. La concezione dei diritti dovrebbe incoraggiarci maggiormente a "fare del nostro meglio". Il nostro meglio, per quanto riguarda il tema di non usare gli animali, è non usarli per niente. Il loro valore non scompare solamente perché non abbiamo trovato un modo per evitare di danneggiarli, nel tentativo di raggiungere i nostri obiettivi. Il loro valore è indipendente da tali obiettivi e dalla possibile utilità che potremmo ottenere raggiungendoli.

. . La concezione dei diritti . . richiede agli scienziati di dare un nuovo indirizzo alla scienza come tradizionalmente intesa, cessando di basare i loro molteplici studi sulla fiducia nei "modelli animali", per iniziare a sviluppare e utilizzare metodologie non-animali. Tutto ciò che la concezione dei diritti proibisce è quella scienza che viola i diritti degli individui. Se questo comporta che ci siano cose che non possiamo approfondire, allora non le approfondiremo. Ci sono anche cose che non possiamo approfondire usando esseri umani, se rispettiamo i loro diritti. La concezione dei diritti non chiede altro che un po’ di fermezza morale in questo aspetto.

I veterinari rappresentano il gruppo più simile al ruolo di sensibilizzatori dell’amore per gli animali. Quindi, dobbiamo cogliere l’occasione di cercare disperatamente rappresentanti di questa professione che praticano, o si pongono al servizio di, tutte quelle attività che correntemente violano i diritti degli animali – l’industria degli animali da fattoria, l’industria degli animali da laboratorio, ecc. Secondo la concezione dei diritti, i veterinari devono sottrarre se stessi e la loro professione dai legami economici che li rapportano a queste industrie, e dedicare le loro vaste conoscenze e competenze mediche, proprie di guaritori, dottori in medicina, allo sviluppo di progetti che rispettino i diritti dei loro pazienti. La prima firma nel "nuovo contratto" concernente giustizia e animali, dovrebbe venire da quanti esercitano la professione veterinaria. Mancare di dirigere le proprie abitudini in questa direzione sarebbe indizio di mancanza di morale, o di coraggio (o di entrambi) macchiando così per sempre l’immagine di questa venerabile professione e di quanti la praticano.

La scienza che danneggia continuamente gli animali allo scopo di raggiungere i propri obiettivi, è moralmente corrotta, perché ingiusta alla base, è qualcosa che nessun appello al "contratto" tra società e scienza può alterare.

brani tratti da All That Dwell Therein

Io penso che gli animali che mangiamo abbiano sia il diritto a non dover subire sofferenze gratuite, che il diritto alla vita, se lo hanno anche gli uomini, che non mangiamo. Le sofferenze provocate agli animali non possono essere giustificate semplicemente dal fatto che ci piace il sapore della loro carne, e anche se gli animali venissero allevati in modo da condurre una vita più o meno piacevole, e fossero macellati in maniera "umana", questo non darebbe la certezza che i loro diritti, incluso il diritto alla vita, non vengano violati.

Non posso fare a meno di pensare che ognuno di noi sia stato colpito, in un momento o in un altro della propria vita, ed a vari gradi di intensità, dalla mancanza di compassione, dall’insensibilità, dal (per usare le parole di I.B.J Singer) compiacimento con i quali l’uomo infligge dolori inauditi e privazioni ai suoi amici animali. Questo è, secondo me, uno spettacolo che somiglia, se non proprio ripete, la visione che ricorda Herman – quella dei nazisti nei confronti degli ebrei". Nel loro comportamento nei confronti degli animali", afferma, "tutti gli uomini sono nazisti". Un’affermazione molto dura questa. Ma, riflettendovi, si potrebbe facilmente giungere alla conclusione che essa contiene innegabilmente una parte di verità.

...La fame umana di carne è aumentata tanto da far mettere in atto nuovi metodi di allevamento degli animali. Vengono definiti metodi di allevamento intensivo, e cercano di garantire la massima quantità di carne nel minor tempo, e con la minore spesa possibile. Un numero sempre maggiore di animali è sottoposto alla durezza di questi metodi. Molti sono costretti a vivere in condizioni in cui si trovano incredibilmente ammassati gli uni agli altri. Inoltre, a causa di questi metodi, i desideri naturali di molti animali vengono spesso frustrati. In breve, sia in termini dei dolori fisici che questi animali devono provare, che in termini di dolore psichico che segue alla frustrazione delle loro tendenze naturali, non può esserci alcun dubbio sul fatto che gli animali cresciuti secondo i metodi di allevamento intensivo provano un dolore non comune e immeritato. Oltre a questo, ci sono le raccapriccianti realtà della macellazione "umana" e abbiamo, a mio parere, una quantità molto intensa di sofferenza che può essere giustamente definita "enorme".

In termini più generali, quindi, mangiando carne di animali cresciuti in tali condizioni, contribuiamo all’incremento della domanda di carne, che i contadini che utilizzano metodi di allevamento intensivo cercheranno di soddisfare. Quindi, posto che è risaputo che tali metodi causano sofferenze non comuni e immeritate agli animali così allevati, chiunque compri carne prodotta con questi metodi, e lo fanno quasi tutte le persone che acquistano carne in un comune supermarket o al ristorante – si ritrova casualmente implicato in una pratica che causa sofferenze non comuni e immeritate agli animali in questione. Penso che nemmeno su questo punto possano esserci dubbi.

... Contrariamente alla mentalità comune, che presuppone che siano i vegetariani a dover stare sulla difensiva e faticare per dimostrare che, seppur remotamente, il loro stile di vita "eccentrico" può essere difeso razionalmente, in realtà è il non vegetariano che ha bisogno di giustificare il suo stile di vita. A dire il vero, il vegetariano, se ho ragione, può fare un’affermazione ancora più forte di questa. Perché, se l’argomento precedente era solido, egli può sostenere che, a meno che, o fino a quando, non si riuscirà a dimostrare che le sofferenze immeritate, non comuni, causate agli animali e risultanti dagli allevamenti intensivi non sono gratuite e non violano i diritti degli animali in questione, egli (il vegetariano) ha ragione di credere che, agendo in maniera errata, e mangiare carne è errato, noi contribuiamo ad incrementare i metodi di allevamento intensivo degli animali e, così facendo, le gravi sofferenze a cui inevitabilmente sono soggetti. E la base sulla quale si poggia questa affermazione è la stessa che vegetariani e non vegetariani possono avanzare in caso di pratiche che causano gravi e immeritate sofferenze agli esseri umani – e, più precisamente, che possiamo pensare a ragione, e comportarci quindi di conseguenza, che tale pratica sia immorale a meno che, o fino a quando, non venga dimostrato il contrario.

Naturalmente, nessuno di essi, di propria spontanea volontà, si pone la domanda "gli animali soffrono?" Animali . . . sicuramente a volte sembrano soffrire. Per trovare una giustificazione razionale al nostro rifiuto di riconoscere la loro sofferenza, quindi, abbiamo la necessità di trovare qualche argomento razionalmente convincente in grado di dimostrare che, sebbene sembrino soffrire, in realtà non è mai così. La teoria di Cartesio non dimostra questo . . . il modo in cui gli animali, fisiologicamente simili all’uomo, si comportano in determinate situazioni, ad esempio, il modo in cui i topi muschiati si comportano quando cercano di liberarsi da una trappola – ci dimostra con estrema evidenza che stanno soffrendo, dato che non sono in grado di parlare; oltre alla spontaneità con cui i topi muschiati si dibattono per liberarsi, ci si chiede di quali altre prove ci sia bisogno per dimostrare che soffrono, quali prove oltre al loro gemito, ai loro sospiri, al tremolio del loro corpo, allo sguardo disperato dei loro occhi, ecc. Da parte mia, non so che altre prove si potrebbero richiedere, e, se una persona afferma che tutto ciò non è sufficiente per dimostrare che i topi muschiati soffrono, non riesco a trovare altri modi per dimostrare l’evidenza e dissuadere questa persona dal proprio scetticismo. La mia posizione, quindi, è quella del "naive" – perciò penso che gli animali possano, come in effetti accade loro, provare dolore, e che, a meno che, o fino a quando, non ci venga dimostrato, nonostante l’evidenza contraria, che gli animali non soffrono, noi siamo dalla parte della ragione pensando che lo facciano. E una linea di pensiero simile si trova, credo, nella concezione che prevede che gli animali possano vivere esperienze piacevoli o divertenti, esperienze che, sebbene possano essere giudicate di livello inferiore rispetto, ad esempio, alle gioie date dalla filosofia o ai rapimenti di una visione beatifica, sono non di meno piacevoli.

Inoltre, se è ingiusto causare ad un essere umano una sofferenza immeritata (e, se ciò che rende questo ingiusto è il fatto che la sofferenza è male, e che l’essere umano è innocente, e quindi non merita il male che riceve), è allora ingiusto anche causare una sofferenza immeritata di un animale innocente. Se dovesse essere ribattuto che non è possibile agire ingiustamente nei confronti degli animali, sebbene sia possibile farlo nei confronti degli esseri umani, allora, ancora una volta ~ ciò di cui necessitiamo è una giustificazione a tale disputa; vogliamo sapere che cosa è caratteristico unicamente degli uomini e non degli altri animali, che fa sì che sia lecito trattare ingiustamente gli ultimi ma non i primi. In mancanza di questa spiegazione, penso che abbiamo tutte le ragioni di credere che restringere il concetto di trattamento giusto e ingiusto ai soli esseri umani sia un pregiudizio.

brani vari tratti da In Defence of Animals

Ciò che è fondamentalmente sbagliato– per quanto riguarda il modo in cui vengono trattati gli animali, non ha nulla a che vedere con il caso particolare, che varia di volta in volta. Si tratta dell’intero sistema. La desolazione del vitello è commovente, da spezzare il cuore; il dolore pulsante di uno scimpanzé con la testa circondata di elettrodi, che penetrano in profondità nel suo cervello, è repellente; la lenta, contorta morte del procione catturato in una trappola a branche d’acciaio, è angosciosa. Ma ciò che è sbagliato non è il dolore, non la sofferenza, non la privazione. Questa è la somma di ciò che è sbagliato. Spesso – vi è di molto, molto peggio. Ma l’errore alla base non è rappresentato da tutto ciò.

Ciò che è fondamentalmente sbagliato è il sistema, che ci permette di considerare gli animali come nostre risorse, qui per noi – per essere mangiate, o manipolate chirurgicamente, o sfruttate per sport o per denaro. Una volta che accettiamo questa visione degli animali – come nostre risorse – il resto è tanto prevedibile quanto riprovevole. Perché dispiacersi della loro solitudine, del loro dolore, della loro morte? Dato che gli animali esistono per noi, per darci, in un modo o nell’altro, un beneficio, ciò che li danneggia non ha realmente importanza – o lo ha solo se inizia a preoccuparci, a farci sentire a disagio mentre mangiamo la nostra scaloppina, ad esempio. Quindi, certo, dobbiamo far uscire i nostri vitelli dal loro isolamento, dare loro più spazio, un poco di paglia, alcuni compagni. Ma lasciateci la nostra scaloppina.

Se e quando aboliremo l’abuso degli animali: questo è un problema principalmente di carattere politico. Le persone devono cambiare le loro convinzioni prima di cambiare le loro abitudini di vita. Un numero consistente di persone, specialmente quelle che rivestono cariche pubbliche, devono credere nel cambiamento – devono volerlo – o non avremo mai leggi per proteggere i diritti degli animali. Il processo di cambiamento è molto complicato, molto impegnativo, spossante, richiede lo sforzo di molte mani che si devono impegnare nell’educazione, nella divulgazione, nell’organizzazione politica e nelll’attivismo, fino all’atto di incollare buste e francobolli. In qualità di filosofo allenato e praticante, penso di poter dare un contributo limitato ma, come mi piace pensare, importante. La moneta della filosofia sono le idee – il loro significato e le loro basi razionali – non i dadi e i bulloni dei procedimenti legislativi, cioè dei meccanismi dell’organizzazione della comunità.

sito web: http://www.lib.ncsu.edu/archives/exhibits/regan/


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All'Indice Vegetariani Celebri

e Barbara Berlan
Traduzione Italiana di Barbara D'Andò